Huayna Potosi 2009
La Paz (Bolivia)
È con un nodo alla gola che ripenso a quell’avventura boliviana del 2009, un viaggio che ci ha uniti, me, Soraya Ayub, e Lorenzo Epis, di fronte alla maestosità dell’Huayna Potosí, la “Giovane Vetta” che si erge fiera con i suoi 6088 metri.
Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata.
La Bolivia, con l’aeroporto di La Paz (El Alto) a quasi 4100 metri, ti getta subito nel vivo della sfida dell’altitudine.
Per questo, le nostre prime due settimane sono state interamente dedicate all’acclimatamento.
Giornate scandite da ritmi lenti, esplorando La Paz, il Lago Titicaca, e salendo vette più modeste, come il Pico Austria o il Chacaltaya.
Ogni passo, ogni respiro affannoso era un piccolo, fondamentale adattamento per i nostri corpi.
Abbiamo dovuto imparare l’arte del soroche (mal di montagna), a bere litri di mate di coca e a muoverci con la saggezza di chi sa che in alta quota la fretta è la peggiore nemica.
L’Huayna Potosí ci attendeva nella Cordillera Real, un’icona di ghiaccio e roccia a un passo dalla capitale.
È una montagna considerata il 6000 più accessibile al mondo, spesso classificata come Poco Difficile (PD) in termini di difficoltà tecnica.
Tuttavia, l’altitudine è una variabile che azzera qualsiasi presunzione di “facilità”.
Il percorso che abbiamo affrontato, la via normale, si snoda prevalentemente su un ghiacciaio con pendenze moderate, richiedendo l’uso costante di ramponi, piccozza e corda.
La parte più impegnativa, l’ultima, è un pendio di ghiaccio/neve che raggiunge circa i 45∘, e una cresta sommitale aerea, un’emozione pura dove ogni passo è calcolato. Era un’ascensione da alpinismo classico, ma l’aria rarefatta la trasformava in una battaglia fisica e mentale.
La partenza dal Campo Alto (circa 5150 metri) è avvenuta nel cuore della notte, con le frontali che tagliavano il buio gelido e il manto stellato boliviano sopra di noi. Per ore, abbiamo progredito legati, in silenzio rotto solo dallo scricchiolio dei ramponi sul ghiaccio e dal ritmo affannoso dei nostri respiri.
Poi, attorno ai 6000 metri, il mio corpo ha lanciato un segnale inequivocabile.
Il freddo, nonostante i vestiti, era diventato un dolore lancinante, i primi sintomi dell’ipotermia non mi davano tregua, e ogni passo richiedeva uno sforzo sovrumano. Con il cuore pesante, ma con la consapevolezza che in montagna la prudenza è vita, ho preso la decisione: la discesa immediata.
Ho dovuto affidarmi alla guida e, poco sotto i 6000 metri, ho iniziato la ritirata.
Mentre scendevo, ho guardato in alto, verso l’oscurità che si schiariva lentamente. Sapevo che tu, Lorenzo, stavi continuando.
E così è stato. Hai proseguito con tenacia, superando la ripida paretina finale e l’esposta cresta, fino a raggiungere il cume.
Quando ti ho rivisto al rifugio, esausto ma con la luce dell’alba negli occhi e il sorriso della vetta, ho sentito un mix di orgoglio e delusione.
Eravamo partiti insieme, ma la montagna aveva scelto di far salire uno solo di noi quel giorno.
L’Huayna Potosí ci ha insegnato la lezione più grande: l’alta montagna è spietata. Non accetta compromessi.
Ti ringrazio per aver portato i nostri sogni in vetta, ma soprattutto per la consapevolezza che, anche non raggiungendo il punto più alto, l’avventura e la sfida erano state nostre, insieme, fino al limite imposto dalla quota. Quella discesa è stata tanto importante quanto la tua ascensione.
Un giorno indimenticabile, quel 2009 in Bolivia.
Dott.ssa Soraya Ayub