Wiphala 2014

WIPHALA 2014

Tiwanaku – Villamar – Salar Uyuni – Riserva AVAROA

Bolivia, agosto 2014

Il mistero andino della Wiphala 2014
Nel 2014, l’associazione Akakor Geographical Exploring ha lanciato la spedizione Wiphala, un nome scelto in onore della bandiera andina, simbolo di unione tra l’uomo e la natura.
Il significato della WIPHALA è l’unione degli uomini con il creato ed è rappresentata dai 7 colori dell’arcobaleno intrecciati nella croce andina ed è anche la base per gli studi astronomici della cosiddetta “quadratura cosmica”.
L’obiettivo era esplorare i misteri della Bolivia e del deserto di Atacama in Cile, in luoghi già studiati dall’associazione: dalle rovine di Tiwanaku e dal mistico Lago Titicaca fino ai canyon di Torotoro, il Salar de Uyuni e la riserva di fauna andina Eduardo Avaroa.

Un viaggio tra storia e natura
La spedizione si è concentrata sulla documentazione: il team ha ripreso e fotografato meraviglie archeologiche, speleologiche e paleontologiche.
Dalla piramide di Akapana alle enigmatiche rovine di Puma Punko, dalle tombe pre-incaiche di San Juan del Rosario alle pitture rupestri di Villamar, ogni luogo era una finestra sul passato.
Le riprese aeree erano fondamentali per catturare la grandezza di questi siti, come le lagune colorate vicino al vulcano Lincacabur, al confine tra Bolivia e Cile.
Per la prima volta, gli esploratori hanno usato dei droni per vedere i siti da una prospettiva diversa: un Phantom 3 Advance e un modello artigianale costruito da uno dei membri del team, Emanuele Gaddi.

La sfida dell’alta quota
Il vero problema non è stato un guasto, ma l’altitudine.
A oltre 4000 metri, l’aria rarefatta si è rivelata una trappola mortale per i droni.
Meno molecole d’aria significano meno portanza: le eliche, per rimanere in volo, hanno dovuto lavorare a un ritmo forsennato, consumando l’energia della batteria in una manciata di minuti.
In un attimo, il sogno di riprendere le meraviglie andine dall’alto in parallelo, con riprese degli stessi luoghi ma da prospettive diverse, si è infranto.
Il drone primario, quello dove erano riversate tutte le aspettative non aveva fatto i conti con un nemico inaspettato e invisibile: l’aria.

Essendo la prima volta, a nostra conoscenza, di uso di droni in altitudine, non vi erano informazioni sui settaggi da impostare.
Nemmeno le case produttrici degli apparecchi  avevano saputo dire come regolare le apparecchiature, perchè non avevano mai fatto prove a quelle altezze.
Un amaro promemoria di come la natura, anche in forma di un’aria troppo sottile, possa sempre avere la meglio sulla tecnologia.
Tutto il reportage quindi è stato fatto con un unico drone .. ma il risultato comunque è fantastico.
Riprendere luoghi mitici, scenari fantastici da una angolazione privilegiata, è un ricordo difficile da dimenticare 

Inoltre, anche stavolta, possiamo dire: “noi c’eravamo e siamo stati i primi!!”

Team AKAKOR: Lorenzo Epis, Soraya Ayub, Paolo Costa, Emanuele Gaddi e Giovanni Confente.